Il testo poetico che vi presento è la mia traduzione di “Darkness” scritta nell’anno 1816 da George Gordon Byron. Leggendola vi chiederete del motivo di una così cupa poesia. Il motivo si trova nell’anno in cui venne composta: il 1816, un anno che venne definito “senza estate” a causa dell’eruzione del monte Tambora, nelle Indie Occidentali olandesi. A causa di questi mutamenti climatici, si era diffusa una grande paura in tutto il mondo, ed in particolare in Europa: dove si riteneva che la fine del mondo fosse imminente. Ci furono episodi di violenza, disordini, suicidi di massa e manifestazioni di isterismo collettivo.

Un poeta Romantico come Byron che credeva nella connessione tra la natura e Dio utilizzo questo evento come fonte per questa poesia. E da qui le immagini di distruzione e devastazione delle foreste e delle città che danno vita ad un cupo presagio per il futuro.

N.B: Quando Byron scrisse la poesia era in Svizzera con i suoi amici poeti e scrittori come P B Shelley, Mary Shelley e William Polidori. E da qui la nascita di alcuni dei personaggi mostruosi più famosi come: Frankenstein e il Vampiro.

Oscurità

Di Lord Byron (George Gordon)

Feci un sogno, ma non fù del tutto un sogno.

Il sole splendente stava sparendo, e le stelle, anch’esse

Stavano vagando velate nell’eterno spazio,

Senza raggi, senza strada, e la fredda terra

divenne cieca ed oscura nell’aria senza luna;

Il mattino venne poi se ne andò, ritornò, ma il giorno più non arrivò,

E gli uomini dimenticarono le loro passioni sconvolti dalla paura

Di questa loro desolazione; e tutti i cuori

Furono gelati da questa egocentrica preghiera per la luce:

Ed essi rimasero a vivere presso i fuochi di vedetta- ed i troni,

I palazzi dei re incoronati- le capanne,

I rifugi di tutte le cose che dimorano

Furono bruciati per fare fuochi; le città furono rase al suolo,

E gli uomini erano riuniti intorno alle loro case incendiate

Per specchiarsi ancora una volta negl’occhi d’ognuno;

Felici erano coloro che dimoravano dentro l’occhio

Dei vulcani, e della loro montagna incendiata:

Una paurosa speranza aveva inghiottito il mondo;

Alle foreste venne dato fuoco- ma ora dopo ora

Esse caddero e scomparvero – i tronchi si spezzarono

Spegnendosi in un tonfo – e tutto fu buio.

Gli sguardi degli uomini alla luce della disperazione

Presero un aspetto malsano, come

se colpiti da lampi; alcuni caddero,

E nascosero i loro occhi piangendo; altri posero

i loro menti sopra le loro mani strette, poi sorrisero;

Altri si misero a correre qua e la, scappando;

Le loro pire funerarie piene di combustibile, furono chiuse

Con pazza agitazione sotto il grigio cielo,

Il pallore del tempo che fù; ancora

Giunse su di loro con maledizioni trascinandoli tra la polvere,

E facendogli digrignare i denti ululando: Pure gli uccelli selvaggi urlarono

E, terrorizzati, si schiantarono a terra,

Sbattendo inutilmente le ali; le bestie più selvaggie

Divennero docili e cominciarono a tremare, mentre le vipere strisciavano

E si arrotolarono tra di loro in mezzo alla folla,

Soffiando, ma senza veleno – esse furono soppresse per essere mangiate.

E la Guerra, che per un momento si placò,

sazia divenne ancora una volta: un pranzo fù portato

Di sangue ricco, ed ogni appetito fu colmato

Dalle tenebre saziato: amore più non fù;

Tutta la terra da un pensiero fù colta – un pensiero di morte

Immediata ed indegna; ed il morso

Della fame strisciò nelle viscere- gli uomini

Morirono, e le loro ossa rimasero senza sepultura come la loro carne;

Il deperito dal deperito fù divorato,

Persino i cani si ribellarono ai padroni, tutti tranne uno,

Egli era fedele a un cadavere, e teneva

Gli uccelli e le bestie e gli uomini affamati lontano.

Fino a che la fame non li catturava, o la morte decadente

Non riempiva le loro magre mascelle; egli stesso non voleva cibo,

Ma con un mugugno pietoso e perpetuo,

Ed un grido veloce e desolato, leccando la mano

Che non rispondeva con alcuna carezza- egli spirò.

La folla fortemente affamata morì; ma due

Di loro provenienti da un’immensa città riuscirono a sopravvivere.

Ed essi erano nemici: si incontrarono dietro

Le braci morenti di un altare

Dove erano stati ammassati un mucchio di cose sacre.

Per un utilizzo profano; essi si avvinghiarono,

E tremando sfregarono le loro fredde mani scheletriche

Sulle flebili ceneri, e i loro flebili fiati

Soffiarono per un poco di vita, e fecero crescere una fiamma

Un vero scherno; poi alzarono

I loro sguardi seguendola mentre aumentava, e si videro

Entrambi-  si videro, e urlarono, e così morirono

Dalla loro stessa mostruosità uccisi,

Non sapendo chi fosse colui

Che la Carestia aveva mascherato da Bestia. Il mondo era finito,

Il popoloso e potente mondo era diventato un pugno,

Senza stagioni, senza prati, senza alberi, senza uomini, senza vita-

Un pugno di morte- un caos di creta dura.

I fiumi, i laghi e gli oceani erano tutti fermi,

E niente si muoveva tra gli abissi silenziosi;

Navi senza marinai stavano marcendo sopra il mare,

E i loro alberi caddero a poco a poco: e una volta caduti

Si addormentarono negli abissi senza rumore –

Le onde erano estinte; le maree erano nelle loro tombe,

La luna, la loro amante, era già crepata;

I venti erano appassiti nell’aria stagnante,

E le nuvole erano perite; Il buio non avave bisogno

Di aiuto da loro- Lei era l’universo.

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