La vista del Foro Romano in una notte d’estate penso sia una delle sensazioni più appaganti e romantiche che un viaggiatore possa provare. Il cuore pulsante di quello che fù l’impero più grande ed importante della storia antica è ancora oggi un luogo di ispirazione e di meditazione per migliaia di persone in tutto il mondo.
Fermarsi per un momento ad osservare in silenzio quei ruderi e quelle pietre “insignificanti” risveglia nel cuore e nella mente sensazioni sublimi e speciali.

In questa ode ho cercato di riassumere tutte queste sensanzioni ponderate durante i miei numerosi viaggi a Roma. La malinconia e la nostalgia di un passato glorioso ci devono donare la forza per imparare ad apprezzare la vita e a goderne ogni momento, riconoscendone le vere bellezze ed i veri piaceri affinchè la nostra permanenza terrena non sia soltanto una difficile corsa ad ostacoli.
Particolare in  questo componmento è il ruolo dell’arte e delle Muse che nella civiltà Romana avevano un ruolo fondamentale. La mia personale invocazione alle Muse si rivolge a tutte le muse ma in particolare a: Calliope (Musa dell’elegia), Clio (Musa della storia), Euterpe (Musa della poesia lirica), Melpomene (Musa della tragedia) e Talia (Musa della commedia), le cinque Muse che hanno ispirato alcuni dei miei autori preferiti.

Oh Roma, magnifica,
la luce di Callisto
vittima di divina vendetta,
si specchia nelle tue rovine.
La polvere del tempo
nebbia fatale, s’ inchina
a te signora divina.

S’ innalzano colonne
marmorei  scheletri
d’un passato glorioso,
dal foro d’Augusto il
tempio si espande,
il Colosso riemerge
ritorna glorioso.

Oh Roma, magnifica,
quale grandezza,
quale splendore!
Gloria dell’uomo
Oh Città Eterna,
di eterna bellezza,
tu Venere Inviolata.

Oh Roma, magnifica;
cosa è accaduto?
Mi volto. Ed ora?
Una coltre oscura.
Vuoto è il teatro
nessun spettatore
nessun gladiatore.

Gli eroi negli archi
attendono impazienti
fasti e trionfi.
Oh Città Eterna, di eterna
bellezza, oggi, Venere
violata dal degrado dell’uomo,
regina in ginocchio.

Tu, monumento
d’Italia, termine fisso
per poeti e scrittori,
tra i tuoi selciati
di basalto e calcare
poemi e canti
hanno spiccato il volo.

Ora, menzogne
e riti perversi
scandiscono il tempo
nei giorni dispersi.
Non più marmi
ma muschi infettano
le membra inermi.

Nel tempio di Vesta
nessun focolare più
brilla, bruciano
le sacerdotesse,
brulicano le Arpie
regine rapaci
emaciate per fame.

Oh Roma, magnifica
dove è il Puer fecondo?
la culla è deserta
le fasce inesperte.
Lontana è la luce
la fragile Età dell’Oro
dispersa.

Oh Roma, magnifica,
Quale sentenza?
Quale violenza?
Quale pazzia?,
Ti han reso si sterile
al canto delle dee
Eliconie?

Virgilio e Lucano,
figli del tuo grembo
chiedono di Calliope
la voce senza tempo,
Tito, Tacito
orfani di Clio piangono
il passato e le grandi gesta.

Ovidio e Catullo
privati d’ Euterpe
vagano in silenzio.
Plauto, Terenzio
di Melpomene e Talia
discendenti, raminghi
errano tra ignobili scene.

Oh Roma, magnifica!
Ritorna! Rimembra
il prestigio passato,
l’arme, gli amori le audaci imprese! Abbandona
lo Stige e risorgi,
Oh illustre Parnaso!

Le anime nuove
d’antico respiro,
chiedono a te
luce e passione,
spiriti nobili violentati nel vento.
L’alba ti attende,
Oh illustre Parnaso!

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