Veronica rientrò in casa, erano le due di notte. L’euforia della festa e dell’alcol, le fecero venire in mente la chiave della soffitta e quel suo luccichio che aveva scorto tra le mani di sua madre nel pomeriggio mentre la riponeva dentro un cassetto del secretaire nella camera da letto.
Erano anni che Veronica voleva visitare la stanza dove sua nonna aveva vissuto ed era misteriosamente morta. I suoi genitori non le avevano mai detto la verità, forse era tempo di scoprirla.

Non riuscì a fermare la sua curiosità, si sfilò le scarpe e si avviò in punta di piedi su per le scale. I suoi genitori erano sicuramente nel bel mezzo della fase REM, doveva approfittare della situazione.
Arrivò al primo piano, il silenzio regnava sovrano, si avvicinò alla porta della camera dei suoi genitori e la aprì lentamente. La luce della luna alle spalle di Veronica disegnava sul pavimento una lunga ombra che quasi raggiungeva il secretaire al lato opposto della stanza.
I suoi genitori dormivano profondamente avvolti in un lenzuolo candido, suo padre era voltato di schiena e sua madre lo abbracciava, un bellissimo sorriso sulle sue labbra.
Veronica entrò nella stanza con molta cautela e si avvicinò al secretaire. Il cassetto nascosto era stato ricavato in una delle due colonnine in basso rilievo presenti tra due vani portaoggetti, allungò la mano, quella colonnina di noce era incredibilmente fredda. Provò a tirarla verso di sé ma fu inutile, era bloccata. La osservò da vicino, non c’era alcuna serratura, niente che potesse servire per inserire una chiave. Poi le venne in mente che spesso quei cassetti si aprivano con un qualche pulsante segreto, allora,  cominciò a scrutare la superficie di quel secretaire, passarono lunghi minuti infiniti, ad un tratto, il suo sguardo si posò sulla seconda colonnina, illuminata dalla luna, la studiò e vide che nel capitello dorico la polvere mancava, come se qualcuno avesse pulito solo quel punto.
Non perse tempo e subito premette quella decorazione e dalla colonnina a fianco uscì un cassetto stretto e lungo. Veronica  infilò la sua esile mano ed estrasse una chiave d’argento.
La fissò, poi, la fece scivolare nella tasca dei pantaloni e si avviò verso l’uscita. Prima di andarsene si voltò ad osservare ancora una volta i suoi genitori. Una lacrima le rigò il volto, era malinconica, ma, nonostante questa sensazione, chiuse la porta e salì lentamente le scale.

Arrivata al terzo piano, Veronica fece un lungo respiro, la porta della soffitta era davanti a lei, antica, imponente con strani segni sulla cornice che sembravano rune pagane intagliate da un qualche essere malvagio.

Veronica rimase a fissare quella porta e quegli strani segni per qualche minuto, poi prese la chiave dalla tasca e la infilò nella serratura. Dovette usare tutta la sua forza per farla girare,
e al terzo giro la chiave si bloccò. La porta emise uno schiocco acuto e si aprì leggermente, la spinse ma non entrò, aspettò. Quel luogo la inquietava.

La stanza era ampia, forse troppo grande per quella casa e la luce della luna entrava da un abbaino al lato opposto della stanza dando la sensazione di essere all’interno di un tempio.

Veronica fece un passo, un secondo, tutto in quella stanza doveva essere rimasto come lo aveva lasciato la nonna; l’unica differenza era la polvere che ricopriva l’arredamento dando a tutto l’ambiente un’aspetto lunare.

Veronica fece qualche altro passo poi la sua attenzione venne catturata da quello che probabilmente era uno specchio coperto da un lenzuolo ingiallito. Allungò una mano e con delicatezza toccò quella superficie, era soffice ma allo stesso tempo le sue fibre di lino erano fredde, come la pelle di un essere umano morto. Un brivido percorse tutto il suo braccio poi colpì il suo cuore. Sosprirò, fremette, ma la curiosità era troppo forte e con un gesto veloce afferrò il telo e lo strappò. Sotto, uno specchio antico, la cornice in ferro battuto poggiava su due zampe di rettile, con unghie affilate e lunghe. Quello strano oggetto era alto quasi due metri, e il vetro era leggermente rovinato ai bordi.

Quando Veronica incrociò il suo stesso sguardo quasi si spaventò. La sua immagine riflessa aveva una nuova bellezza. La pelle candida come avorio, i capelli non erano più color rame ma puro corallo e gli occhi un tempo oscuri erano magnetici come quelli di una Diva.

Veronica si innamorò di se stessa.

Le sue stesse labbra la chiamavano, scarlatte, turgide pulsavano come un cuore trepidante. Fu stregata dalla sua stessa bellezza, si avvicinò alla superficie del vetro per baciarsi, toccò il freddo vetro con le labbra e poi come per incanto questo sparì. Cadde in avanti, e venne risucchiata da quel vuoto lasciato dal vetro. Il buio la sommerse.

Quando riprese i sensi Veronica era nel bel mezzo di una vasta spiaggia, selvaggia e pericolosa. La luna piena risplendeva sopra di lei ma emanava una luce gelida e le stelle erano assenti. Il cielo che contornava quella strana luna era nero. Un’oscurità che poteva essere comparata solo a quella della Terra di Mordor.

Veronica stava ancora fissando quell’oscurità quando si accorse che tutto intorno a sé delle voci stavano canticchiando versi sconosciuti, si guardò a destra e poi a sinistra e delle figure incappucciate di nero si stavano avvicinando con torce alte sopra le loro teste. Il cuore le salì in gola, e le sue membra cominciarono a tremare come non mai.

La paura si impadronì di lei il corpo non le rispondeva più era come paralizzata. L’unica cosa che sentì fu il calore dell’urina che le bagnò le mutande. Era un incubo lo sapeva, cercò di risvegliarsi ma non c’era nulla da fare, non riusciva a tornare nel mondo reale, era intrappolata in quel maledetto incubo.

Ad un tratto, una figura incappucciata si staccò dal gruppo, e le si avvicinò. Erano mani di Morte quelle che tolsero il cappuccio e svelarono il volto di un essere non del tutto umano.
“Ben arrivata Veronica, ti stavamo aspettando.”
Veronica si fece forza e parlò:
“Ma che diamine stai blaterando? Dove sono? e tu chi sei?”
L’essere vestito di ombre rise per poi riprendere a parlare: “Non ti preoccupare, stai solo andando incontro al tuo destino, non ti agitare.”
Veronica non ci voleva credere e nuovamente si fece forza.
“Ma che cazzo stai dicendo? Tu sei solo uno stupido scherzo della mia mente.”
L’essere non rispose fece un gesto con la mano. Dal gruppo una figura incappucciata che brandiva una frusta in cuoio le si avvicinò. Prese Veronica per un braccio e poi la gettò a terra di pancia, poi l’aria gelida si squarciò, un dolore immenso. Non poteva urlare, la bocca era piena di sabbia amara e umida, ma capì che quello non era uno scherzo, quello non era un incubo, quella era la maledetta realtà.
“Hai capito?” disse quella voce malvagia.
“Si, ho capito.” Rispose Veronica, le lacrime cominciarono a scenderle copiose.
“Brava, vedo che sei una ragazza intelligente. Ora spogliatela e portatela al tempio.”

Il giorno dopo la madre di Veronica bussò alla porta della sua camera, ma nessuno rispose.
Aprì la porta, ma il letto era ancora fatto. Sapeva che era rientrata, perché durante la notte aveva percepito la sua presenza. In quello stesso istante un urlo terrificante squarciò la tranquillità del mattino, era suo marito. Corse fuori dalla camera, un’aria gelida la pugnalò al cuore, era la stessa atmosfera di tanti anni fa quando era morta la nonna. Salì le scale. Quella maledetta porta era aperta e proprio come tanti anni fa suo marito era in ginocchio davanti allo specchio.


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